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6 May, 2021

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BEAUTY NEWS

of the day


In occasione del suo sesto compleanno, la principessa Charlotte (secondogenita di William e Kate Middleton) ha posato per un servizio fotografico. Per l'occasione indossava un grazioso abitino a fiori (low cost) andato sold out in brevissimo tempo. La stilista si è detta certa che la piccola seguirà le orme materne, in fatto di stile.Continua a leggere

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Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui Antik Batik x Funtasia con Elisa Sednaoui

Fare moda per bene. Sono partite da questa comune visione di intenti Gabriella Cortese, fondatrice e direttore creativo del marchio Antik Batik, ed Elisa Sednaoui, modella e imprenditrice sociale al timone di Funtasia, un’organizzazione che realizza e fornisce contenuti ed esperienze, sia online che in presenza, progettati per bambini, genitori ed educatori. Una realtà volta ad offrire programmi educativo/formativi interdisciplinari utilizzando ambienti di educazione non-formale in cui i partecipanti si sentono liberi di esprimere se stessi, sperimentando l’autoconsapevolezza, l’ascolto profondo, la comunicazione positiva ed efficace, la ricerca di soluzioni creative e condivise alle sfide personali e sociali che incontrano.

Un mondo che Gabriella ed Elisa si sono sentite di sostenere, creando una capsule collection speciale, Antik Batik x Funtasia, pensata per l’estate ormai alle porte, il cui intero ricavato sarà devoluto all’organizzazione. «Questa collezione è nata con il cuore, spontaneamente, per dare generosamente» commenta Gabriella Cortese. Disponibile dal 5 maggio, la capsule è un omaggio glam e bohémienne alla calda stagione. Si compone di 11 capi dal piglio hippy chic, tra cui mini e long dress, top, giacche e pantaloni dall’anima versatile, e dalla inconfondibile allure orientale.

Un viaggio fashion tra le atmosfere suggestive dell’India e tra le tecniche artigianali con le quali viene creato ogni singolo capo. «Amo Antik Batik da quando mia madre, durante la mia adolescenza, me lo ha fatto scoprire. Ho sempre ammirato la loro capacità di produrre articoli di grande qualità con artigiani di tutto il mondo e in particolare dell’India. Esprimono alla perfezione lo spirito bohémien rendendolo più eclettico con il loro tocco parigino» fa sapere Elisa Sednaoui. 

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Il 5 maggio 1921 fu lanciato il profumo più desiderato e celebrato di tutti i tempi. Coco Chanel voleva un profumo diverso dalle fragranze floreali in commercio: insieme al "naso" di Ernest Beaux creò un profumo che non sapesse di fiori, ma di donne vere. Dalla forma del tappo all'ingrediente segreto, ecco i 5 segreti dello Chanel n°5.Continua a leggere

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Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Pietra Gua Sha per il massaggio del viso in Ametista di CrystalloveLe star che usano i cristalli nella loro beauty routine Gua Sha in giada rosa di Skin GymLe star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Gua Sha al quarzo rosa di ZOË AYLAStick terapeutico Gua Sha di Zoë AylaLe star che usano i cristalli nella loro beauty routine Le star che usano i cristalli nella loro beauty routine Rose Quartz Gua Sha di CrystalloveSet Gua Sha e Roller di Giada DistributionLe star che usano i cristalli nella loro beauty routine Pietra Farfalla Gua Sha per il massaggio del viso in avventurina di Crystallove

Le star hanno inserito pietre e cristalli nella loro beauty routine per ampliare i gesti di cura di sé dalla pelle all’anima. Nell’era del self-care, in cui ritrovare il proprio balance interiore è la chiave del benessere, l’energia e la funzione terapeutica della cristalloterpia si pone, infatti, come completamento dei rituali che hanno come centro l’interiorità.

Negli ultimi anni, i cristalli sono passati dall’essere un cosa new age di nicchia a una passione saldamente radicata nella coscienza comune. Dal 2017 i cristalli sono diventati una fetta multimiliardaria dell’industria globale del benessere che vale 4,2 trilioni di dollari. Se sciamani ed esperti ne incoraggiano l’uso per trovare la serenità e circondarsi di energia positiva, molte donne sono state persuase ad accogliere la loro presenza nei prodotti di bellezza e negli accessori di moda, non da guaritrici spirituali, ma dalle star.

Miranda Kerr, che ha basato la sua linea skincare Kora Organics sul potere del quarzo rosa, pietra che fa bene al cuore, ha appena lanciato la sua nuova crema viso Turmeric Glow Moisturizer energizzata con il quarzo citrino per supportare la luminosità della pelle e apportare energie positive. Per massimizzare il potere curativo di questa pietra che incoraggia il successo e la sicurezza in se stessi, consiglia di tenerla sul tavolo di lavoro (Lo fa anche suo marito, Evan Spiegal, fondatore di Snapchat.

Alicia Keys con la sua nuova linea cosmetica Keys Soulcare unisce i trattamenti beauty ai rituali con le pietre. Tra i prodotti c’è un roller a base di ossidiana naturale dall’effetto rinfrescante. Keys Soulcare parla di gesti che mettono in connessione corpo, mento e spirito. Non basta detergere, esfoliare e idratare, per praticare e bellezza, bisogna riempire questi gesti di consapevolezza, serenità e self love.

Kate Hudson aggiunge un po’ di energia alla sua crema idratante conservandola accanto ai cristalli, mentre Jessica Alba ha atteso la luna rosa del 26 aprile 2021 per ricaricare la sua collezione di pietre. Victoria Beckham crede nel potere protettivo dell’ossidiana che tiene sempre con sé. Infatti, nella collezione pre fall 2018 aveva inserito in alcuni modelli di pantaloni una tasca segreta proprio per conservare i propri amuleti.

Ma perché ci circondiamo di pietre per sentirci bene? Non ci sono evidenze scientifiche, ma la pietre sono note per apportare vibrazioni positive, facilitando il flusso energetico. Durante le meditazioni sono potenti perché amplificano le intenzioni, ma si possono applicare anche direttamente sul viso con un ordine ben preciso per agire sulla pelle. Ogni pietra ha un significato diverso. Per esempio, il quarzo rosa è la pietra del cuore perché infonde amore verso se stessi e verso gli altri, quarzo citrino è la pietra della positività e dell’energia, si pensi porti ricchezza e potere, l’ametista allevia lo stress con la sua forza calmante. L‘ossidiana dona consapevolezza è un veicolo per guardarsi dentro, la giada ha un effetto riequilibrante e curativo, regola le emozioni e apporta chiarezza.

Il fascino del misticismo è perfetto per i social media e il suo appeal è sempre più main stream piuttosto che per pochi hippy. È un momento storico in cui molti di noi sono proiettati verso la spiritualità interiore per riconnettersi con la propria dimensione più profonda, e i cristalli sono un ottimo simbolo in cui credere insieme a pratiche di meditazione, yoga e ricerca del contatto con la natura dall’alimentazione alla bellezza. Lo stress, l’ansia, la fragilità emotiva sono dei disagi che possono riguardare tutti e i cristalli rappresentano l’appiglio da cui partire per ritrovare se stessi.

La scienza non crede in ciò che non è misurabile e attorno a pietre e cristalli oltre a molta convinzione c’è anche un ponderato cinismo. «Sono conduttori naturali di energia. Eppure l’idea che facciano qualcosa di più è semplicemente un placebo», ha detto Tim Caulfield, direttore della ricerca presso l’Health Law Institute al The Guardian. «I cristalli non trasmettono una frequenza vibratoria curativa. Posso dire, senza esitazione, che da un punto di vista scientifico questa è una totale assurdità. Sì, alcuni sono attraenti. Ma indossare un cristallo non aiuterà ad allineare un po’ di energia magica della forza vitale».

Il desiderio umano di ciò che la religione può fornire – un senso di conforto, comunità, scopo e l’idea che ci sia qualcosa di significativo al di là del sé – è ancora molto presente. Vogliamo rituali. Vogliamo credere di avere un certo controllo sulla nostra vita. Il misticismo fornisce proprio questo. A volte anche solo per il fatto di crederci, le emozioni possono trarne beneficio.

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A 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendoreA 33 anni, Adele è uno splendore

Adele Adkins, per tutti semplicemente Adele, è uscita più forte di prima dal divorzio con Simon Konecki, sposato nel 2016 e dal quale nel 2012 ha avuto il figlio Angelo. Archiviata la sua storia d’amore, la cantante londinese, 33 anni il prossimo 5 maggio, si è concentrata su di sé, in primis mettendosi a dieta (Sirt) e perdendo moltissimi chili. Ora, con una silhouette da top model e la fresca energia dei nuovi inizi, sembra che Adele si sia anche fidanzata, a detta del magazine «Closer» con un amico d’infanzia. Per festeggiare il suo 33esimo compleanno e la sua nuova, promettente pagina di vita, abbiamo deciso di dedicare un pezzo ai segreti di bellezza dell’artista dalla voce indimenticabile.

ODIAVA LA PALESTRA, ORA HA UNO STILE DI VITA 100% HEALTHY Un tempo Adele raccontava di detestare le diete e ancora di più il fitness. Da quasi due anni, però, il suo stile di vita è radicalmente cambiato: non solo la cantante ha iniziato a fare ginnastica, più precisamente dedicandosi agli allenamenti HIIT, ma ha trovato nella dieta Sirt il suo regime alimentare preferito. Proprio grazie alla dieta Sirt, Adele è riuscita nell’impresa non semplice di perdere oltre 30 chili, tanto che quando un anno fa ha postato sui social una foto a figura intera nella quale appariva in tubino nero super attillato, in molti hanno stentato a riconoscerla.

TRUCCO CAT EYE E CHIOMA A TUTTO VOLUME Da tempo Adele non posta foto, né video sulla sua pagina Instagram (è molto, mooolto riservata). Tuttavia sappiamo che il suo trucco signature punta tutto sugli occhi, disegnati secondo la tecnica del cat eye. Al magazine «CR Fashion», il suo truccatore di fiducia, Michael Ashton, ha raccontato che sugli occhi a forma di mandorla di Adele l’idea del tratto spesso e allungato di eyeliner full black è semplicemente perfetto, perché crea quello sguardo felino che tutte riconosciamo alla cantante. Adele è anche una grande fan delle ciglia finte, utilissime per creare un look da diva molto old school. Infine, lato capelli, Adele ha fatto tornare popolare la cofana dal mood anni ’50, nota anche come beehive per la sua forma che ricorda quella di un alveare. Quanto al resto, con la sua pelle color pesca priva di rughe e imperfezioni, le labbra ben disegnate e i lineamenti delicati, Adele ha bisogno di ben poco per farsi notare. Chissà se per il suo compleanno posterà qualche foto… Dita incrociate e auguri, Adele!

Le sue foto più belle nella gallery, più i prodotti beauty che ci immaginiamo nella sua stanza da bagno.

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Creato nel 1921, Chanel N°5 è l'essenza più famosa al mondo. Descritto come “il profumo che ossessionerà il mondo” nel libro Coco Chanel di Claude Delay, è nato annusando i campi di rose di Maggio e le essenze di Ernest Beaux. E se la sua firma olfattiva è una rivoluzione, il suo flacone non è da meno. Merita infatti di essere descritto come un’opera d’arte senza eguali. “Con un solo gesto Chanel elimina le orribili bottiglie di Lalique, quelle con le nappe, e inventa un flacone semplice, con un monogramma nero e netto, al servizio del senso più esclusivo al mondo, l'olfatto”, prosegue Delay. Chanel ha infatti progettato un flacone minimalista, che ha permesso al colore ambrato della fragranza di prendere il centro della scena. La forma è piatta, simile a quella di una fiaschetta, ed è stata progettata per movimento e velocità, da mettere in tasca o per essere pratica nel kit da viaggio. 

L'evoluzione della boccetta di Chanel N°5, dal 1921 a oggi
L'evoluzione della boccetta di Chanel N°5, dal 1921 a oggi
IL PACKAGING

Nel 1921, si scelse di costruire il flacone in vetro sottile. Nel 1924, la bottiglia fu ridisegnata con bordi smussati al fine di rafforzare i suoi angoli. Così, nel corso dei decenni, il design sobrio ed elegante del N°5 è rimasto per lo più invariato. I cambiamenti che seguirono sono di natura estetica e riflettono il desiderio di mantenere il look moderno, ma senza tempo, dell'iconica fragranza. Non dimentichiamoci che il N°5 è molto apprezzato anche nel mondo dell'arte, a tal punto da essere stato esposto, nel 1959, al Museum of Modern Art di New York. Poi, negli anni 80, il pittore Andy Warhol dedicò le sue famose nove serigrafie al profumo, cementando il suo status di icona della cultura pop.

L'ETICHETTA

La semplicità radicale dell'etichetta era coerente con lo spirito del tempo. Gabrielle Chanel era solita dire "sempre togliere, mai aggiungere". Nel 1970, il design dell'etichetta e il logo che conosciamo appaiono sul flacone per la prima volta, ancora con i colori bianco e nero della casa. Nel 2012, il Packaging Creation Studio ha scelto di perfezionare l'etichetta e aggiornare il suo design. Ora è più piccola e dà maggior risalto visivo al marchio N°5, associato a Chanel.

IL TAPPO

Place Vendôme, piazza cult di Parigi, fu da sempre una delle fonti d'ispirazione di Chanel. Il tappo ottagonale - che si è ingrandito piano piano, con il passare dei decenni - del suo primo profumo Chanel N°5, ne riprende le proporzioni e, soprattutto, la forma. Nel 1970, il flacone viene coronato da un tappo più spesso e imponente per restare, appunto, al passo con le tendenze dell'epoca. Oggi, per la prima volta, presentava il logo con la doppia C intrecciata.

1921
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Looking at the photographs David Rothenberg made between 2019 and 2020 in the Jackson Heights–Roosevelt Avenue/74th Street train station in Queens, New York, one might wonder if these are scenes from a movie set. People look like actors flaunting their best pose—figures awashed with the colored light of gel filters. Indeed what we are witnessing are moments of real life. In these pictures, Roosevelt Station shows up with all its inhabitants: commuters, airport-bound travellers, panhandlers, missionaries and passers-by. The prismatic light of the glass installation Night Passage (2004) by artist Tom Patti gives the images a theatrical and ethereal guise. 

Roosevelt Station arrived at the right time. After a year and a half of pandemic, these stolen portraits struck a chord that made me love them instantly. They reminded me of the things I miss. I miss the train stations. I miss traveling. I miss people. I miss the crowd. I miss being part of the flow. Most of all: I miss everyday life in its unfolding. Rothenberg's photobook comes here to help, giving us a glimpse of our pre-pandemic life and a preview of the future as well. A rich, colorful and hopeful future.

Read the Q&A with the author David Rothenberg to learn more about the project.

Roosevelt Station •  David Rothenberg
David RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid RothenbergDavid Rothenberg

Can you tell me how the idea of the project came about? For the past several years, I’ve predominantly photographed near my home in Queens. Roosevelt Station is where I begin my daily commute—and has been for well over a decade. I passed through the station countless times but began to photograph there extensively in 2019. I started to make photographing the station part of my morning routine—taking a few minutes each morning to photograph before heading to my teaching job in Manhattan. I was struck by the remarkable quality of light produced by the station's transom windows, a commissioned work by the glass artist Tom Patti. Luckily rush hour (the time I was in the station) was when the light was most beautiful. I am drawn to photographing people in transitory states, using the camera to freeze motion to reveal fleeting moments and hidden forms. In my previous book, Landing Lights Park published by ROMAN NVMERALS,  I used a telephoto lens to capture the faces of airline passengers gazing out their windows as they passed overhead moments before landing at LaGuardia airport. In Roosevelt Station, I photographed people in another state of transience; the morning rush hour commute. What fascinated you about the scenes you portrayed? I was fascinated by the incredible, cathedral-like light illuminating the station, which allowed me to produce candid images of strangers that were intensely theatrical in appearance, despite the process being spontaneous and relying only on available light. Jackson Heights, Queens is said to be the most culturally diverse neighborhood in the United States and the photographs largely reflect this diversity. There was a unifying quality about the station’s colorful light, and I think it also lent the photographs a feeling of reverence, which was important to me as I had no desire to reduce people into types or typologies. Most people you portrayed are alone. Is it a choice? I was drawn to the quieter moments that punctuated the waves of activity during rush hour in the station. The morning commute interests me because it is a time where we are often in a state of limbo between our private lives and our public-facing personaes — shielded by a kind of anonymity.   By isolating individual subjects in the photographs, I tried to evoke the mood of this transitory, often contemplative ritual. Did you meet any particular “characters” while shooting in the train station?  It was a strange experience to photograph in such a familiar location, where friends and neighbors would frequently pass through, often unaware of my presence and the camera. I did meet a number of strangers in the station. The most memorable are my interactions with transit workers who initially greeted me with suspicion, but after viewing examples of my images became supportive. It was rewarding to see how appreciative many people were, and their curiosity and willingness to view everyday surroundings again with fresh eyes. A book on train stations, at this time, takes on a very strong meaning – due to travel restrictions, and social distancing. How did you manage this “shift” of meaning? Did you have in mind to publish the work already in the pre-Covid period or did the pandemic prompt you to do it? Perimeter and I planned to publish this work prior to the life-upending events of last year and we certainly did not expect the book to become a time capsule of another era so suddenly. I do think that there is a foreboding mood to many of the photographs and the sequence, through which I intended to reflect the precariousness and hardships of life for many in New York. It now takes on new meaning in hindsight. The communities surrounding Roosevelt Station were some of the places hardest hit by COVID in NYC during the spring. Looking back at images made just prior to that time evokes in me a particularly painful nostalgia and sadness. When did you realise that the project could be shaped in the form of a book? Soon after the project started to take shape, I began making images with the idea of a book in mind. The photobook format seemed apt for conveying an experience of the station’s architecture, and the movement of people through the space as depicted in my photographs. Unlike an exhibition, the photobook allows for viewers to have a prolonged engagement with images—to repeatedly revisit the work—and encounter previously unnoticed details.

I really like the choice of printing on black paper. Can you tell me more? Actually, it is white paper with black ink. The publisher, the book’s designer, Narelle Brewer, and I had been discussing the possibility of black pages to complement the cinematic qualities of the work. Wilco Art Books in the Netherlands did a beautiful job printing using the UV offset process that allows for super vibrant colors and deep black on white uncoated paper. What do you expect from the publication of this project? How do you feel about it? It has been a surprising experience to see this deeply personal project take on new meanings so rapidly. I feel very fortunate and grateful for Perimeter, David Campany and everyone else who contributed to the publication of this book in the middle of a pandemic!   



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“Il profumo è l’invisibile, indimenticabile, ultimo accessorio della moda, quello che preannuncia il tuo arrivo e prolunga la tua partenza”

La leggenda che avvolge il profumo più famoso del mondo è costellata da avvenimenti misteriosi, storie fenomenali e coincidenze insolite. Non è stato facile ricostruirla, ma in questo viaggio per la Francia vi raccontiamo i cinque luoghi che più hanno contribuito alla creazione di N°5 e il loro ruolo da protagonisti nell'affascinante vicenda che ripercorre tutta la vita di Coco Chanel, dagli anni nell'orfanotrofio di Aubazine fino all'immenso successo raggiunto a Parigi

1. Aubazine

Gabrielle Bonheur Chanel nasce povera, poverissima. E la sua non è certo un'infanzia felice. Quando suo padre Henri-Albert Chanel, rimasto vedovo, la affida alle suore del Sacro Cuore di Aubazine Gabrielle ha 12 anni. Rimarrà nell'orfanotrofio costruito nel sottotetto dell'abbazia cistercense del XII secolo fino alla maggiore età, prima di trasferirsi a Moulins e poi finalmente a Parigi. Il periodo passato ad Aubazine resterà per sempre impresso nella sua memoria, influenzando profondamente il suo lavoro, definendo la sua estetica, condizionando il futuro delle sue scelte. La vita austera e frugale del convento la porterà a sognare i salotti dell'haute societé, il cuore dei gentiluomini più facoltosi, l'agio delle signore, l'indipendenza economica, la libertà. 

L'abbazia cistercense di AubazineCLOITRE, ABBAYE CISTERCIENNE, AUBAZINE, CORREZE, LIMOUSIN, FRANCE
L'abbazia cistercense di Aubazine
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Ma in fin dei conti ogni particolare di Aubazine sarà funzionale al suo successo: si dice che l'amore di Coco Chanel per le linee pulite, il rigore e una precisa bicromia derivi dalle architetture severe del convento e dalla semplicità degli abiti monacali; che l'ossessione verso la numerologia, e in particolare per il numero 5, nasca all'interno del monastero, costruito secondo i principi della simbologia legati al pentagono, forma ricorrente incisa nella pietra dei pavimenti delle cappelle e protagonista delle storie mistiche tramandate dalle suore; che il logo stesso della maison si ispiri ai motivi geometrici delle grandi vetrate di Aubazine. E che perfino gli odori di questo luogo - del bucato appena steso, del sapone per lavarsi il viso al mattino - abbiano oltremodo ispirato il primo profumo firmato Chanel, il N°5.

Il villaggio di Aubazine nel dipartimento della CorrèzeThe beautiful village of AUBAZINE in CORREZE
Il villaggio di Aubazine nel dipartimento della Corrèze
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Gabrielle stessa nel romanzo Le sorelle Chanel di Judith Little racconta: «Certi dettagli di Aubazine sarebbero rimasti con noi per sempre. Il bisogno d’ordine. L’amore per la semplicità e il profumo di pulito. Uno spiccato senso del pudore. L'attenzione per la cura artigianale, le cuciture impeccabili. La serenità del contrasto tra bianco e nero. Le stoffe ruvide, sgualcite, dei contadini e degli orfani. I rosari che le suore portavano legati in vita come catene. I mosaici nel corridoio, ricchi di simboli mistici come stelle e mezzelune, destinati a riapparire come bijoux de diamants su collane, bracciali e spille. I simboli che si ripetevano sui vetri istoriati, le “C” intrecciate che sarebbero diventate sinonimo di lusso e prestigio. Lo stesso monastero, così vecchio, vasto e vuoto, che ci aveva lasciato lo spazio per immaginare, per lasciar schiudere le possibilità. Per tutti quegli anni in rue Cambon, a Deauville, a Biarritz, la gente pensava di comprare Chanel, eleganza, sofisticati modelli parigini. In realtà quello che compravano erano gli ornamenti della nostra infanzia, i ricordi delle suore che ci avevano educate, dell’abbazia che ci aveva protette. Un’illusione di ricchezza germogliata dagli stracci del nostro passato».

La copertina del libro “Le sorelle Chanel” di Judithe Little
La copertina del libro “Le sorelle Chanel” di Judithe Little
tre602. Biarritz

Incastonata tra le acque irruente dell'Atlantico e il fascino raffinato della Belle Epoque, Biarritz ha lasciato il segno nell'anima di re e regine fin dalla metà dell'Ottocento, affascinato le comunità hippie negli anni 70 e radunato nei giorni a venire migliaia di audaci surfisti alla ricerca dell'onda perfetta. Per Coco Chanel è stata la chiave di volta, il centro dove fluiscono amore, sfarzo ed eleganza, l'inizio del successo, la roccaforte brillante da cui iniziare a costruire un vastissimo impero. Quando Mademoiselle vi si rifugia nel 1915 nel mezzo della prima guerra mondiale, ne intuisce subito le potenzialità e si decide ad aprirvi la sua prima vera casa d'alta moda grazie agli incoraggiamenti e al sostegno economico del suo grande amore, Arthur Boy Capel

Il lungomare di Grande Plage che costeggia la Plage du Miramar a BiarritzBiarritz (south-western France): The "Grande Plage" beach
Il lungomare di Grande Plage che costeggia la Plage du Miramar a Biarritz
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Il suo sogno prende così vita a Villa Larralde, di fronte al Casinò di Biarritz, ma la cittadina francese è importante nella storia di N°5 soprattutto perché è qui che, dopo la morte accidentale di Boy nel 1919, Chanel conosce il granduca Dimitri Pavlovič, cugino dello Zar in esilio da San Pietroburgo, più giovane di lei di undici anni. Si innamorano, di un flirt breve quanto intenso. E nonostante la relazione con l'aristocratico russo duri soltanto fino al 1922, l'incontro con Pavlovič è fondamentale per la nascita della leggendaria fragranza in quanto sarà proprio lui a presentarle Ernest Beaux, il naso di Mosca creatore del suo profumo più famoso.

Plage de la Côte des Basques a BiarritzCote des Basques beach.
Plage de la Côte des Basques a Biarritz
Getty Images3. Cannes

Prima del jet set patinato degli anni Cinquanta, prima del prestigioso Festival del Cinema e della Croisette come oggi la conosciamo, Cannes era già considerata meta ultra chic, esclusiva per pochi privilegiati. Ai tempi si alloggiava al Carlton, hotel prediletto da Grace Kelly e Alain Delon dove era solita soggiornare anche Coco Chanel. Vi si ferma infatti con Pavlovič mentre il love affair tra i due è all'apice, in giro per la Costa Azzurra tra Montecarlo, Antibes e Cannes, dove finalmente nel 1920 avviene l'incontrò fatale con Ernest Beaux, già profumiere alla corte degli zar e solito a vezzi insoliti e richieste impossibili. «Non voglio nessun olezzo di rose o mughetto, voglio un profumo elaborato. Un profumo da donna che sappia di donna» suggerisce a Beaux poco prima di iniziare a scrivere la più grande rivoluzione olfattiva della storia. 

Vista panoramica sul porto di CannesAerial view of Cannes
Vista panoramica sul porto di Cannes
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E se parte del bouquet di N°5 nasce a Grasse, in Provenza, è a Cannes in realtà che si svolge la prima presentazione del profumo. Dopo la scelta del quinto tra i dieci flaconi proposti da Beaux, Gabrielle lavora su un'astuta campagna di marketing: non espone subito il prodotto in vetrina, ma organizza una cena con il naso nel ristorante più esclusivo della città, porta con sé una fiala e la spruzza ripetutamente al passaggio delle signore. La fragranza rapisce le clienti all'istante, tanto che, incuriosite, ne chiedono insistenti l'origine ai camerieri del locale. E mentre la coppia di soci in affari finge indifferenza, è quella sera a Cannes che finalmente si libera nell'aria tutta la frenesia generata dal N°5.

La Promenade de la Croisette a CannesCannes Promenade
La Promenade de la Croisette a Cannes
Getty Images4. Grasse

Pare che i fiori siano simili al vino: un'annata eccellente è strettamente legata alla semina, all'altitudine del terreno, l'inclinazione con cui batte il sole, la forza del vento, l'umidità nell'aria. Tant'è, se le migliori bollicine arrivano dallo Champagne, i boccioli più pregiati si schiudono in quel di Grasse, capitale mondiale di profumi oggi riconosciuti patrimonio culturale dell'Unesco. La città arroccata nell'entroterra provenzale è nota come la miglior scuola per maître parfumeur, che qui imparano a distinguere oltre 2000 essenze diverse e a mescolarle ad arte secondo l'esperta alchimia dei grandi artisti; ed è la fortuna di quelle maison francesi che da 400 anni fra queste colline crescono preziosissimi boccioli, da raccogliere rigorosamente all'alba e trasformare nei costosi sogni in boccetta tanto richiesti dalle signore. 

Le rose di maggio coltivate a Grasse per Chanel
Le rose di maggio coltivate a Grasse per Chanel
Chanel

Insomma, tra i campi in fiore di Grasse si custodiscono gelosamente i segreti di un'industria milionaria, compresa la ricetta messa a punto da Ernest Beaux per Chanel cent'anni fa. E benché nessuno conosca con precisione tutti gli 80 ingredienti che il profumiere nel 1921 scelse di mescolare nel bouquet originale del profumo e in quali quantità, è noto che il cuore della fragranza N°5 contenga migliaia di fiori di gelsomino e dozzine di rose di maggio, ancora oggi coltivate esclusivamente a Grasse grazie alla collaborazione con la famiglia Mul, storica produttrice locale di fiori e partner di Chanel dal 1987. 

Le rose di maggio di Grasse
Le rose di maggio di Grasse
Chanel5. Parigi

La fine di questo lungo viaggio non poteva che condurci a Parigi, città simbolo di Chanel e luogo imprescindibile nella narrazione della storia di N°5. Siamo nel I° arrondissement, a due passi da rue Cambon, place Vendôme e dall'Hotel Ritz, i tre punti cardine della fortunata costellazione del segno Chanel, la reggia del suo regno, i luoghi del quartiere che ancora oggi ne tramandano l'essenza. La boutique di rue Cambon, inaugurata nel 1910 e ancora oggi sede degli atelier della maison, è stata la prima a esporre il profumo per l'acquisto: un successo commerciale inimmaginabile che ha presto valicato i confini nazionali per sbarcare in Europa e negli Stati Uniti. 

La vista su place Vendôme dalla suite di Coco Chanel al RitzRooms With a View
La vista su place Vendôme dalla suite di Coco Chanel al Ritz
Getty ImagesPlace Vendôme vista dall'altoFRANCE-BASTILLE-DAY-PARADE
Place Vendôme vista dall'alto
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Place Vendôme è l'ispirazione per il tappo della boccetta del profumo, per cui è stato scelto il taglio ottagonale di un diamante montato sul perimetro della celeberrima piazza progettata da Jules Hardouin-Mansart. Un'immagine cara a Coco Chanel, che ammirava tutti i giorni dalla finestra della sua stanza al Ritz e a cui rimase sempre molto affezionata. All'hotel dove scelse di trasferirsi - e dove morì, a 87 anni, il 10 gennaio 1971 - al suo arrivo era d'obbligo spruzzare il N° 5 lungo la scalinata dell'ingresso, e nella suite dove passò tutta la sua vita posò anche per François Kollar, che la ritrasse per la prima campagna del profumo pubblicata nel 1937 da Harper’s Bazaar

Coco Chanel in posa all’Hotel Ritz nel 1937 fotografata da François Kollar
Coco Chanel in posa all’Hotel Ritz nel 1937 fotografata da François Kollar
Chanel


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Il giorno in cui Riccardo Tisci ha debuttato con la sua prima collezione per Burberry era un 17 settembre, e l’orologio segnava le 17. Da allora, il 17 di ogni mese lo storico marchio britannico lancia una capsule collection in edizione limitata, iniziativa che, ça va sans dire, ha preso il via il 17 ottobre. A dispetto dell’infausta reputazione di cui gode in Italia, non ci sono dubbi insomma che il 17 stia a cuore allo stilista: già ai tempi in cui disegnava Givenchy, aveva realizzato una serie di T-shirt caratterizzate da pattern grafici in cui spiccava proprio quel numero, con complemento di cristalli extra large. Orgoglioso di essere nato sotto il segno del Leone, in un’intervista per il New York Times Tisci metteva in relazione il suo simbolo zodiacale con l’enorme successo da lui riscosso nell’industria della moda, spingendosi fino a confessare di frequentare con regolarità sensitivi e cartomanti. Il giornale rivelava che «in Europa, il suo oroscopo preferito è quello italiano di Fox. A New York, invece, Mr. Tisci ama consultare una lettrice di tarocchi a Brooklyn».

Tisci non è certo il solo fra i grandi fashion designer a essersi lasciato sedurre dalla crescente popolarità di pratiche dal sapore vagamente New Age quali l’astrologia, la lettura dei tarocchi, la cristalloterapia e la spiritualità. Tom Ford, sul cui comodino staziona una copia del Tao Te Ching (“Libro della via e della virtù”), un classico della letteratura spirituale, ha dichiarato in un’intervista per The Talks che «fra tutte le cose, la natura è quella più vicina a Dio, e non parlo di “Dio” in senso religioso, ma mi riferisco alla nostra connessione con l’universo, un legame che ritengo abbiamo smarrito». 

Michèle Lamy al Grand Opening Cocktail Party di L’Eclaireur a Los Angeles, nel Settembre 2016.Grand Opening Cocktail Party Of L'Eclaireur
Michèle Lamy al Grand Opening Cocktail Party di L’Eclaireur a Los Angeles, nel Settembre 2016.
G. DOHERTY/GETTY IMAGES.

Michèle Lamy ha frequentato lo studio di un dentista dalla vocazione “New Age” che si serviva di un amalgama olistico d’oro e diamanti per “esaltare la luce” del suo apparato dentale, mentre Naomi Campbell ha rivelato di possedere un numero incalcolabile di cristalli e di non mettersi mai in viaggio senza avere con sé almeno due pietre. 

Come non ricordare, poi, la sfilata A/I 2018 di The Row, quando ognuno degli spettatori presenti ha ricevuto in omaggio una tormalina nera grande quanto il palmo di una mano e dei cristalli di quarzo bianco che garantivano di «respingere e bloccare le energie negative», nonché di «creare un equilibrio fra i piani mentale, emozionale, fisico e spirituale», spiegavano dal brand.

(Continua)

English text at this link. 

In apertura: all'insegna del 17 la collezione menswear A/I 2014-15 di Givenchy firmata da Riccardo Tisci.

Leggete l'articolo integrale sul numero di maggio di Vogue Italia, in edicola dal 5 maggio


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David Rothenberg Photography
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Le sneakers bianche leggere sono l'accessorio sportivo e dinamico perfetto per la bella stagione

C'è un che di nostalgico in tendenze che rispolverano i decenni 80 e 90, una vague di malinconia che vuole ripotarci agli anni di un gelato Algida mangiato in oratorio, di braccialetti in plastica per entrare ai lidi e di bottiglie di cedrata piene dell'ebbrezza di un alcolico. Le sneakers bianche sono innesco di memorie passate, il ricordo della macchia nera laddove il piede si è poggiato sullo scarico del motorino. 

Celine
Celine

Forse, è proprio la componente emotiva a renderle perennemente interessanti, molto più di quell'estetica ormai definita “classica” che, in realtà, non ha più un contorno definito. Per alcuni è la Converse, per altri la Superga, per altri ancora la marca non è mai esistita: unico comune denominatore è che in quelle scarpe siamo stati felici. Il 2021 sembra voler espiare le colpe del suo predecessore, cospargendosi il capo con le ceneri dei mesi chiusi in quarantena ma vestendosi di una nuova disinvoltura. 

Loewe
Loewe

La moda dell'anno è un invito alla spensieratezza, ritorno all'epoca d'oro di fine millennio dove la triade di giugno, luglio e agosto era parentesi di una vita perfetta. Lo vediamo nell'accessorio che non è più solo il sandalo gioiello con reti di cinturini, ma la scarpa bassa e comoda per un'attitudine dell'ultimo momento, che gode nell'essere sempre di corsa. 

Marlies-Pia PfeifhoferStreet Style - Munich - April, 2021
Marlies-Pia Pfeifhofer
Getty ImagesMelanie KrollStreet Style - Berlin - April, 2021
Melanie Kroll
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Hedi Slimane ne dà uno spunto con Celine, snocciolando una trafila di look d'ispirazione Nineties che, dall'abito midi in sequin nero al pantalone della tuta con chiodo di pelle, adottano la falcata comoda della scarpa da ginnastica. Poco importano il giorno o la sera per Jonathan Anderson, che per Loewe rinnega i confini temporali in una collezione di abiti esagerati dove il pannier e il pantalone alla turca vanno di pari passo con una scarpa da tennis dalla suola piatta. 

Mandy BorkStreet Style - Berlin - April, 2021
Mandy Bork
Getty ImagesScarlett GartmannStreet Style - Dusseldorf - March, 2021
Scarlett Gartmann
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Lo streetstyle professa i medesimi comandamenti della passerella, senza limitare le combinazioni fra elementi casual e design eleganti. Con la pelle che ne costituisce il binomio più tradizionale, le sneaker di stagione non disdegnano il tessuto, con pizzi e cotone alternati su tomaie fresche e ariose, che si indossano col vestito, con la gonna, col pantalone. 

Carina GrendelStreet Style - Hamburg - April, 2021
Carina Grendel
Getty ImagesScarlett GartmannStreet Style - Dusseldorf - March, 2021
Scarlett Gartmann
Getty ImagesRebecca KunikowskiRebecca Kunikowski Street Style Shooting In Berlin
Rebecca Kunikowski
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Da indossare con ogni look, ecco alcuni modelli di sneakers bianche leggere da sfruttare per tutta l'estate.

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Casadei
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Chloé
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Common Projects
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Dolce & Gabbana
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Kate Spade
Le Sillavogue-sneakers-bianche-leggere-primavera-estate-2021-le-silla.jpg
Le Silla
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Miu Miu
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Patou
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Saint Laurent
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Timberland


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Si dice Yves Klein e la prima cosa cui si pensa è il famoso blu che l'artista inventò: un blu oltremare assoluto, l'International Klein Blue. La prima immagine che invece viene in mente  è quella dell'artista che inarcato, lo sguardo al cielo e i capelli scompigliati si lancia nel vuoto da un tetto. L'immagine è in bianco e nero, ma il cielo uno se lo immagina subito di quel famoso blu. È comunque solo un fotomontaggio realizzato dalla coppia di fotografi Shunk-Kender che, come l'articolo ricorda, hanno documentato spesso il lavoro di  Klein. E tuttavia il risultato finale è impressionante per quanto rende appieno la tensione dell'artista all'assoluto, la sua volontà di vuoto, il desiderio di scomparire, meglio, si potrebbe dire, di entrare nell'immateriale, Del resto, nella sua ricerca di spiritualità, con l'assoluto Klein lavorò spesso presentando mostre totalmente vuote e Dino Buzzati, così serio e posato quanto attento e acuto, che la visitò a Parigi ne rimase affascinato e alla scomparsa dell'artista nel 1962 ne scrisse sul Corriere della sera: “Ecco il suo capolavoro assoluto, fatto esclusivamente di  vuoto, il vuoto di cui egli era il signore. Non esisteva più la tela, non esisteva più il colore, non esisteva neppure la sua presenza fisica, il fatto artistico si dissolveva nel nulla assoluto e nessun al modo doveva venire a saperlo”.  L'articolo che riproponiamo apparve su Casa Vogue nell'aprile 2015. (Paolo Lavezzari) 

Yves Klein e Rotraut Uecker con il loro cane Caporal nell'appartamento al 14 di rue Campagne-Première, Montparnasse, (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)
Yves Klein e Rotraut Uecker con il loro cane Caporal nell'appartamento al 14 di rue Campagne-Première, Montparnasse, (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)

Esistono strade magnetiche, che intrecciano percorsi urbani a vicende biografiche. Rue Campagne-Première, al centro di Montparnasse, nel 14° arrondissement di Parigi, è una di queste. Da lì sono passati celebri esponenti di avanguardie vecchie e nuove. Marcel Duchamp, Francis Picabia, Kiki de Montparnasse, Tristan Tzara, Erik Satie e Vladimir Majakovskij erano ospiti fissi dell’Hôtel Istria; Elsa Triolet e Louis Aragon hanno abitato al numero 17; Man Ray, Pierre Restany e Jean-Pierre Raynaud al 31bis. Un appartamento al numero 14 è stato invece luogo fondamentale per Yves Klein, segnandone in modo indelebile la vita e la produzione artistica. L’esperienza di Klein è stata breve e intensa, la sua carriera copre a malapena l’arco di un decennio, ma tanto è bastato per imporne l’opera sulla scena internazionale, dando nuovo impulso alla ricerca artistica degli anni Sessanta. Già da ragazzo, Yves è abituato a vivere in una casa dove attività domestiche e ricerca artistica coesistono: nell’abitazione parigina dei genitori, la madre, pittrice, ospita infatti un salotto artistico dal 1946 al ’54, “les lundis de Marie Raymond”, frequentato da intellettuali e artisti. 

Yves Klein e Rotraut Uecker (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)
Yves Klein e Rotraut Uecker (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)

Più significativa è la coincidenza totale di arte e vita, aspetto fondamentale della poetica di Klein, che il 7 settembre 1957 scrive sul suo diario: «Un pittore dovrebbe dipingere un unico capolavoro: se stesso, in eterno». Ogni opera, ogni appunto, ogni foto, la stessa quotidianità sono per lui parti di un insieme inscindibile, teso alla ricostruzione dell’universo. L’appartamento di rue Campagne-Première segna inoltre per Klein un momento biografico e artistico importante: la fine di una gioventù nomade e l’inizio della rielaborazione organica di quanto ha acquisito durante i suoi viaggi e nelle sue letture. Tra il 1948 e il ’52, infatti, visita l’Italia in autostop, svolge in Germania il servizio militare, risiede a Londra e a Curragh, in Irlanda, poi a Madrid. Tra il 1952 e il ’53 trascorre sedici mesi in Giappone, dove si specializza nel judo, sua passione ed elemento costitutivo della sua pratica artistica, diventando cintura nera 4° dan. 

Yves Klein in judogi (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)
Yves Klein in judogi (foto Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation, lichtensteinfoundation.org)

Il 1955, l’anno in cui si stabilisce a Parigi, è anche quello della sua prima mostra. Da questo momento, la ricerca della spiritualità attraverso il cristianesimo esoterico dei Rosa Croce e lo zen, l’indagine cromatica, il judo, la filosofia di Bachelard vengono trasformati da Klein in opera e vita, esperienze e interessi. Lo studio del colore diventa indagine sulla monocromia, che dal 1957 si concentra sul blu, colore della spiritualità per eccellenza, tanto che Klein decide di brevettare l’IKB – International Klein Blue –, pigmento di particolare intensità, e si ribattezza “Yves le Monochrome”. Già dal 1958 l’attenzione di Klein si sposta dalla pittura a quella che lui chiama “sensibilità pittorica” con la produzione di opere immateriali come “Il vuoto” o le “Zone di sensibilità pittorica immateriale”. Klein si installa in rue Campagne-Première con Rotraut Uecker, sua assistente e compagna di vita, nella primavera del ’58. L’appartamento, di dimensioni medie, si apre su un ingresso/corridoio, sul quale affacciano le stanze, tra cui una sala spaziosa e un cucinino di forma molto irregolare. Le foto della sua attività nella casa/atelier raccontano della pratica artistica di Klein e delle opere da lui prodotte.

Uno scatto del 1960 di Harry Shunk, fotografo spesso chiamato a collaborare, ritrae Yves e Rotraut che posano con il loro cane Caporal. In primo piano, alcune delle “sculptures éponge”, spugne imbibite di colore blu, metafora della sensibilità pittorica che impregna lo spettatore; sullo sfondo, un monocromo e, sopra il camino, s’intravede una scultura blu. Allo stesso modo, un ritratto di Yves e Rotraut del 1961 immortala sullo sfondo un “Monogold”, monocromo realizzato con foglia d’oro – materia alchemica per eccellenza che interessava molto Klein –, e due “Anthropométries suaires”, opere dipinte con l’impronta lasciata dai corpi nudi delle modelle, usate come pennelli viventi. Rotraut racconta che Yves era solito invitare fotografi professionisti che lo ritraessero al lavoro; a volte per una documentazione spontanea, altre, invece, progettando lo shooting in ogni dettaglio, scegliendo pose e inquadrature. Sono di Harry Shunk gli scatti del 1960 che ritraggono Yves e Rotraut al lavoro nel soggiorno, trasformato in studio e atelier. Klein ha probabilmente ereditato dal viaggio in Giappone la predilezione per gli spazi flessibili, senza funzioni predefinite. Rotraut ricorda inoltre che il soggiorno era regolarmente tramutato in atelier o in sala da pranzo: in occasione delle frequenti visite di amici, appoggiavano per terra un piano circolare e mangiavano lì intorno. Il legame tra judo e attività artistica è testimoniato da alcune foto scattate nel 1961, in cui Klein dipinge uno dei “Reliefs planétaires” – opere dove ricopre di blu dei plastici geografici – indossando il suo judogi, quasi una “divisa della spiritualità.” 

Yves Klein crea una “Peinture de feu”, casa di rue Campagne- Première, Parigi (foto Jacques Fleurant)
Yves Klein crea una “Peinture de feu”, casa di rue Campagne- Première, Parigi (foto Jacques Fleurant)

L’interesse per gli elementi naturali si traduce nella serie delle “Cosmogonies”, tele che Klein lasciava esposte agli elementi per registrarne gli effetti sulla pittura, e nei monocromi bruciati, che realizzava utilizzando il camino di casa. L’esecuzione della “Ant 133, Anthropométrie sans titre” (1960) si svolge in due fasi, cui corrispondono altrettante serie di scatti. Prima l’artista realizza l’antropometria con Elena Palumbo, fotografato da Jacques Fleurant. In un secondo tempo, decide di reinterpretare la realizzazione dell’antropometria, per documentarne meglio il processo creativo, invitando ben quattro fotografi: René Burri, Harry Shunk, John Kender e Jacques Fleurant. L’appartamento di rue Campagne-Première è testimone di fatti privati e pubblici: è infatti luogo d’incontro per gli artisti che lì fondano il Nouveau Réalisme, il 27 ottobre 1960. Klein lega profondamente la sua esistenza alla casa, dove muore, per infarto, il 6 giugno 1962. Pochi giorni prima aveva scritto: «Ora voglio andare oltre l’arte – oltre la sensibilità – oltre la vita. Voglio entrare nel vuoto. Voglio morire e voglio che si dica di me: “Ha vissuto, perciò vive”». 

Yves Klein in frac, mentre realizza l’antropometria con Elena Palumbo (foto Jacques Fleurant)
Yves Klein in frac, mentre realizza l’antropometria con Elena Palumbo (foto Jacques Fleurant)


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When Riccardo Tisci took the reins at Burberry, his debut runway show was scheduled for September 17 at 17:00h. Since then, on the 17th of every month, the British heritage brand is said to release a limited-edition capsule collection, a move that launched on October 17th, naturally. While at Givenchy, Tisci also released a number of graphic t-shirts adorned with the number 17, accompanied by oversized crystals. Why? Simply because 17 is Tisci’s lucky number, despite it being considered bad luck in Italy. In an interview with The New York Times, Tisci, who is a proud Leo, cited his zodiac sign for his immense success in the fashion industry, going on to confess to regularly visiting psychics and tarot-card readers (“In Europe, his favorite horoscope comes from Fox in Italy. Here in New York, Mr. Tisci likes to visit a tarot card reader in Brooklyn.”)

The rising trend in New Age practices such as astrology, tarot, crystal healing and spirituality hasn’t missed the fashion industry’s leading designers. In an interview with The Talks, Tom Ford—who keeps a copy of ‘Tao Te Ching’, a literary spiritual classic, on his bedside table—went on to say that “nature is the closest thing to God, and I don’t mean God by any sort of religion, but our connection to the universe, which I think we have lost.”

Michèle Lamy at the Grand Opening Cocktail Party of L’Eclaireur in Los Angeles, September 2016.Grand Opening Cocktail Party Of L'Eclaireur
Michèle Lamy at the Grand Opening Cocktail Party of L’Eclaireur in Los Angeles, September 2016.
G. DOHERTY/GETTY IMAGES.

Michèle Lamy even visited a New Age dentist who used a holistic blend of gold with diamonds for “light enhancement” on her teeth. Naomi Campbell once said she uses an uncountable number of crystals, travelling with at least two stones on her person at all times.

For The Row’s A/W18 show, attendees were gifted palm-sized black tourmaline and white quartz crystals that promised to “repel and block negative energies” and “balance mental, emotional, physical and spiritual planes.”

(Continues)

Main image: the F/W 2014-15 menswear collection by Riccardo Tisci for Givenchy nods to number 17. 

Read the full article in the May issue of Vogue Italia, on newsstands from May 5th


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Chanel N°5 interpretato dalle più belle attrici (ma anche da un attore): ripercorriamo gli spot e gli short movie dedicati all'iconico profumo di Place-Vendôme.

Non c’è alcun dubbio: Chanel e il Cinema hanno rivoluzionato il nostro modo di vedere e vivere il mondo. Mademoiselle Gabrielle – pioniera di uno stile unico e immortale – e la Settima Arte, la magica industria delle immagini in movimento, sono entrate nel nostro immaginario attraverso abiti e pellicole indimenticabili, capaci di emozionarci nel profondo. Quello tra il cinema e la stilista francese fu una grande storia d’amore: il primo ispirò la seconda che, a sua volta, lavorò ai costumi per diversi registi.

Molto più di un profumo

Prima di lasciare un segno indelebile nella cinematografia francese, soprattutto nella Nouvelle Vague di fine anni ’50, Coco nel 1931 volò a Hollywood per realizzare gli abiti di Gloria Swanson nella commedia romantica Tonight or never di Mervyn LeRoy. Anche se l’attrice indossò un intero e raffinatissimo guardaroba di Chanel, quella pellicola resta ancora oggi memorabile non solo per i costumi. Ad un certo punto vediamo infatti un flacone del celeberrimo profumo n°5 (nato 10 anni prima e esattamente 100 anni fa) scivolare nell’arredamento. È un momento rivoluzionario perché si sta comunicando un nuovo concetto d’allure femminile

Chanel N°5 non è solo un profumo, è un modo di essere, è un sogno con cui vestire il proprio corpo, è un’affermazione del proprio essere. Quella proposta da Coco è infatti una donna nuova, moderna, libera e spavalda. E in quella boccetta non c’è solo una fragranza. C’è dentro la vita di Gabrielle, che si innamorò di quelle note che le ricordavano il profumo del bucato, e c’è dentro tutto l’universo della Maison, la sua essenza, la sua storia. Fu proprio (simbolicamente) Coco – la donna che creò questo profumo appositamente per le donne – a pubblicizzare per prima la sua creazione: correva l’anno 1937 quando la stilista fu fotografata da François Kollar nella suite dell’Hotel Ritz di Parigi.

Marylin Monroe e gli anni Cinquanta

Dopo la Seconda Grande Guerra, in un mondo che riparte dalle macerie per lanciarsi nel futuro, il 24 marzo del 1955 Chanel N°5 finisce tra le mani di una diva entrata nel mito, Marylin Monroe. Lo scatto che la ritrae insieme al profumo nella sua stanza d’albergo nel giorno della premiere di La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, è entrata nella storia. Cinque anni dopo, intervistata da Georges Belmont (caporedattore di Marie-Claire), Marylin pronunciò queste parole: “Cosa indosso quando vado a dormire? Niente, solo due gocce di Chanel N°5!”. Una frase, indimenticabile, che meglio di qualsiasi slogan trasmette l’anima di questa fragranza e che mette in chiaro un concetto che segnerà tutte le successive campagne promozionali. Non è la testimonial a rendere grande il profumo, ma viceversa. Non è l’attrice che lo pubblicizza ad aumentarne il valore, ma viceversa. È Chanel N°5 la vera stella, non l’attrice che lo rappresenta.

Marylin MonroeMarilyn Getting Ready To Go Out
Marylin Monroe
Michael Ochs Archives

Negli anni sono stati tanti i volti femminili che, attraverso fotografie, spot e mini film, hanno tramandato decennio dopo decennio la potenza e l’intramontabile fascino di una boccetta diventata leggenda. Dopo la Monroe, negli anni ’50 va ricordata anche l’attrice americana Suzy Parker,(amica e confidente di Coco) che nel 1957, fotografata da Richard Avedon, è protagonista della campagna che recita: “Every woman alive loves Chanel n°5", ovvero "Ogni donna viva ama Chanel n°5”.

Gli anni Sessanta, da Romy Schneider a Lauren Hutton

Gli anni ’60 vedono un’altra diva del cinema legarsi all’universo Chanel. Stiamo parlando di Romy Schneider che in Boccaccio '70 (1962), nell’episodio diretto da Luchino Visconti (III atto: il Lavoro) sfoggia diverse creazioni della maison, dall'abito alla borsa matelassé, dai gioielli di perle alle scarpe two-tones. E non poteva mancare il profumo N°5, vero e proprio manifesto di stile che l’attrice spiegò: “Chanel è un’eleganza che piace alla mente ancor più che agli occhi”. 

Tornando alle pubblicità, furono ben tre le attrici che fecero da testimonial alla mitica fragranza: nel 1966 una giovane Ali MacGraw (nata modella e diventata poi attrice famosissima nel Love story di Arthur Hiller, 1970) accompagna la linea bagno del profumo; nel 1967 l’attrice americana Candice Bergen (spesso paragonata a Grace Kelly per la sua bellezza glaciale) promuove la linea spray; nel 1968 la modella e attrice Lauren Hutton (celebre interprete in Un matrimonio di Robert Altman, 1978, e American Gigolò di Paul Schrader, 1980) viene immortalata da Richard Avedon mentre si libra nell'aria con un tailleur rosa con pantaloncino corto. Uno scatto che ha fatto epoca.

1968, Lauren Hutton by Richard Avedon
1968, Lauren Hutton by Richard Avedon
Gli anni Settanta nel segno di Catherine Deneuve

Vero e proprio monumento del cinema francese, Catherine Deneuve nel 1968 interpreta l’indimenticabile Bella di giorno di Luis Buñuel diventando, parallelamente, la testimonial per eccellenza di Chanel N°5 negli anni ’70 in oltre una dozzina di campagne. L’attrice è al centro di una serie di spot televisivi e campagne fotografiche dirette da Helmut Newton. Quest’ultimo, nel 1971, scattò, sempre per il profumo, anche Jean Shrimpton, la supermodella inglese che nel cinema non si fece rimpiangere (nel 1967 fu scritturata per recitare nel Privilege di Peter Watkins, al fianco di Paul Jones).

1972, Catherine Deneuve by Richard Avedon
1972, Catherine Deneuve by Richard Avedon
1973, Catherine Deneuve by Richard Avedon
1973, Catherine Deneuve by Richard Avedon
Carole Bouquet, il volto anni Ottanta e Novanta

A impersonare lo spirito femminile del famoso profumo tra gli anni ’80 e ’90 è stata un’altra attrice francese, Carole Bouquet (anche lei, come la Deneuve, diretta da Buñuel nel 1977 in Quell'oscuro oggetto del desiderio), protagonista di tantissimi scatti e di alcuni spot girati da Ridley Scott. È il 1993. La Bouquet prima viene fotografata dal leggendario Patrick Demarchelier, e poi recita, diretta da Bettina Rheims, nel mini-film intitolato Sentiment Troublant, in cui interpreta un famoso monologo tratto dal film Gilda del 1946. 

1996, Carole Bouquet by Patrick Demarchelier
1996, Carole Bouquet by Patrick Demarchelier

Nel 1998 è invece l’attrice e modella canadese Estella Warren a girare a Cinecittà, diretta da Luc Besson, un nuovo spot per Chanel n°5, intitolato Le Loup (lei, “armata” di profumo, è una splendida Cappuccetto Rosso in grado di ammaestrare un lupo). Confermata anche per la campagna 2000 (fotografata da Jean-Paul Goude), la Warren ancora oggi è ricordata più per queste pubblicità che per i film a cui prese parte in seguito (nel 2001 il suo debutto cinematografico al fianco di Sylvester Stallone in Driven).

Nel nuovo millennio con Nicole Kidman e Audrey Tautou

Dopo averla diretta in Moulin Rouge! (2001), Baz Luhrmann mette nuovamente al centro della sua macchina da presa Nicole Kidman nella campagna promozionale di Chanel N°5 del 2004. L’attrice australiana nello spot recita nella parte di se stessa, una diva del cinema arrivata al culmine del successo (nel 2003 vinse l’Oscar per The hours, vestendo i panni di Virginia Woolf). L’ambientazione del breve film, girato nei Fox Studios di Sydney, è la stessa del celebre musical, e la Kidman indossa un abito nero scollato sulla schiena (ad opera di Karl Lagerfeld) in cui vediamo penzolare un medaglione composto da 687 diamanti con il logo del mitico profumo. Cartelloni giganti e pagine sui giornali, gli scatti della Kidman invadono il mondo.

2005, Nicole Kidman by Patrick Demarchelier
2005, Nicole Kidman by Patrick Demarchelier

Cinque anni più tardi, in concomitanza con l’uscita di Coco avant Chanel (2009), il biopic diretto da Anne Fontaine, l’attrice francese Audrey Tautou interpreta Gabrielle Chanel anche nel breve film Treno di notte per la regia di Jean-Pierre Jeunet. Uno spot fortemente cinematografico in cui la protagonista viaggia su un treno diretto a Istanbul. Se la Kidman era se stessa, qui la splendida interprete de Il favoloso mondo di Amelie rappresenta nuovamente la stilista, in un continuum con la pellicola.

2009, Audrey Tautou by Dominique Issermann
2009, Audrey Tautou by Dominique Issermann
Il presente: da Brad Pitt a Marion Cotillard

Poco meno di dieci anni fa, nel 2012, la Maison per la prima volta in assoluto sceglie un volto maschile come testimonial dell’Eau de toilette N°5, il super divo e sex symbol Brad Pitt. È lui che racconta (prima in bianco e nero poi a colori) il profumo nello spot diretto dalla sapiente mano di Joe Wright. Due anni più tardi riecco una donna e riecco la regia di Baz Luhrmann che nel 2014 realizza un mini-film interpretato dalla top model brasiliana Gisele Bündchen e dall'attore olandese Michiel Huisman (con versione lenta e romantica di You're the One That I Want del musical Grease).

Tra il 2016 e il 2019 è la giovane Lily Rose-Depp (figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis), modella ma ormai attrice sempre più in ascesa, la testimonial della fragranza, tra scatti e un paio di short movie. Il primo di questi è il primo della storia che non segue una narrazione ma che presenta una serie di istantanee, rapide e ipnotiche. La regia dello spot è di Johan Renck, autore anche dell’ultimo (2020) film legato al profumo simbolo di Coco, quello ambientato niente meno che sulla Luna da un’altra star del cinema mondiale, la francese Marion Cotillard. L’ennesima dimostrazione artistica che certifica, dopo un secolo, un legame indissolubile, quello tra Chanel N°5 e il magico mondo del cinema. Una storia al femminile che profuma di vita.

2020, Marion Cotillard
2020, Marion Cotillard


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Cambiamenti climatici e moda: un rapporto che porta con sé importanti sfide da affrontare nei prossimi anni, per raggiungere gli obiettivi posti dalla Agenda 2030 delle Nazioni Unite. In particolare, l'Obiettivo 13 si pone come scopo quello di  "Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere i cambiamenti climatici".

Life in Vogue, aprile 2019: Il Guardaroba di Vogue Italia
vogue italia podcast
Moda sostenibile: ecco come ci vestiremo nel 2030
Che cosa ci sarà nei nostri armadi tra 10 anni, quando giungerà a compimento l'Agenda 2030?

Perché sono così importanti i cambiamenti climatici?

Come spiega The Sustainable Fashion Glossary di Condé Nast, siamo ormai in una fase in cui non si parla più esclusivamente di cambiamenti climatici ma anche di crisi climatica, di emergenza clima e di climate breakdown: il nuovo lessico dimostra quanto sia urgente e grave la situazione climatica, come emerge anche dal report di Carbonsink, società di consulenza specializzata nello sviluppo di strategie climatiche per le imprese per accompagnare le aziende in tutti gli step del percorso verso il net-zero e la carbon neutrality. La società ha redatto il prezioso report “Climate changed. Time to act. Italian fashion industry on the path towards a sustainable future” , prima pubblicazione prodotta da Carbonsink interamente dedicata all’industria italiana della moda e del lusso. 

Il Glossario della Moda Sostenibile di Condé Nast
Realizzato con il Centre for Sustainable Fashion (CSF) del London College of Fashion, vuole essere risorsa globale autorevole per comprendere la moda sostenibile e il ruolo della fashion industry nell’emergenza climatica

La moda, infatti, ha un peso importante come concausa della situazione attuale ed è per questo che, proprio dalla moda, è importante che possano prendere vita le azioni volte all'inversione di tendenza. Come le aziende della moda, così come i brand talents, possono combattere i cambiamenti climatici? Abbiamo chiesto agli esperti di Carbonsink di spiegarci tutti i passi verso una moda più consapevole in questo campo. 

Quale è la situazione attuale riguardo al cambiamento climatico e ai brand della moda?

Andrea Maggiani, Founder & Managing Director di Carbonsink, spiega: “Dalla nostra analisi emerge un quadro in evoluzione. Da una parte, il settore della moda in Italia è consapevole delle grandi sfide che abbiamo davanti: oltre il 90% del campione analizzato considera i cambiamenti climatici rilevanti per il proprio business e misura le emissioni di gas a effetto serra a livello di azienda. Questi sono i primi passi indispensabili per iniziare a ridurre il proprio impatto sul clima. Dall’altra, rimangono aree d’azione cruciali in cui c’è ancora molta strada da fare. Per esempio, negli ambiti di risk management e obiettivi di riduzione sfidanti, che coinvolgano a più livelli le catene di fornitura, le percentuali sono ancora basse. Questo riflette in parte la situazione internazionale: c’è bisogno di fare di più e più in fretta, ma si vedono anche segnali molto incoraggianti. Per esempio il Fashion Pact per la moda sostenibile, che vede il clima tra i tre pilastri fondanti, nel 2020 ha raddoppiato gli aderenti e ora conta oltre 70 aziende. La Carta per la Moda sostenibile delle Nazioni Unite ha superato i cento firmatari, impegnati a contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi”.

© Carbonsink
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Alessandra Soresina, Wildlife Biologist, REDD+ Expert, Carbonsink: “Importante ricordare che la fashion industry a livello globale ha un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici: produce circa il 10% delle emissioni globali di gas serra (più dei voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme) e di questo passo l’impatto potrebbe raddoppiare nel corso di questo decennio. In un mondo sempre più a rischio a causa dei cambiamenti climatici, dove le emissioni continuano a crescere, come mostrano gli ultimi dati scientifici, ognuno deve fare la sua parte.”

Andrea Maggiani: “Siamo partiti analizzando circa 150 aziende e abbiamo selezionato quelle che pubblicano informazioni dettagliate sugli impegni e le azioni per il clima, per esempio nei report di sostenibilità e nelle rendicontazioni non finanziarie annuali. Così abbiamo ricavato un campione che rappresenta circa 90 brand. Un campione significativo, ma che non comprende la totalità del panorama italiano. Questo significa che tante aziende sono ancora indietro nel percorso verso la sostenibilità climatica ed è un motivo in più per attivarsi velocemente. L’urgenza è dovuta ai dati climatici, sempre più allarmanti, ma anche dal cambio di paradigma che vede investitori e consumatori sempre più esigenti per quanto riguarda la sostenibilità”.

©Tan Lek Tiong
©Tan Lek Tiong

Come le aziende, anche giovani, possono essere attive nella lotta ai cambiamenti climatici?

Andrea Maggiani: “Le azioni che un’azienda può adottare sono tante, ma si riassumono in quattro passaggi (in ordine di priorità): misura, riduci, compensa, comunica. Ovviamente nella pratica i processi sono più complessi. Misurare e ridurre, per esempio, sono step fondamentali che per essere ambiziosi devono tradursi in azioni come la misurazione rigorosa della carbon footprint e l’elaborazione di una strategia climatica per arrivare a emissioni nette zero. Questo significa darsi un orizzonte temporale ampio, per sapere dove si vuole arrivare, e target intermedi adeguati, per agire fin da subito. Una strategia climatica ambiziosa è anche guidata da target science-based, quindi basati sulla scienza del clima e in linea con gli obiettivi di Parigi”.

Alessandra Soresina: “Allo stesso modo, quando si parla di compensare e comunicare, il consiglio rimane lo stesso: essere ambiziosi e basarsi sulle best practice. Questo significa investire in progetti di qualità, certificati da standard internazionali, per compensare le emissioni “inevitabili”, che garantiscono tutela, tracciabilità e rappresentano un asset di rilievo per la competitività aziendale. Inoltre vengono supportati ecosistemi come le foreste, delle quali mi occupo nel processo di implementazione di progetti REDD+ , fondamentali nella lotta al cambiamento climatico e soprattutto per le comunità locali. Questo permette alle aziende di comunicare in modo autorevole e dimostrabile il proprio impegno per la sostenibilità. La consapevolezza sta crescendo molto tra i consumatori: affidarsi a standard e best practice internazionali è il modo migliore per dare valore al proprio business e mettersi al riparo dal rischio di greenwashing”.

Veduta aerea di un’area deforestata della Foresta Nazionale di Jamanxim nello stato di Parà, in Brasile.
MAGAZINE
La foresta nell’armadio: i problemi della moda sostenibile
Comprare meno, meglio e solo da filiere virtuose: è la raccomandazione delle associazioni ambientaliste. Il più recente appello lo ha lanciato il WWF parlando di traffici illegali, e del destino degli alberi, e quindi nostro

A chi chiedere aiuto per impostare una strategia climatica?

Carbonsink è una società di consulenza specializzata nello sviluppo di strategie climatiche per le imprese. Grazie all’esperienza pluriennale, accompagna le aziende in tutti gli step del percorso verso il net-zero e la carbon neutrality. Il report “Climate changed. Time to act. Italian fashion industry on the path towards a sustainable future” è la prima pubblicazione prodotta da Carbonsink interamente dedicata all’industria italiana della moda e del lusso. Lo potete scaricare a questo link.

Photo by Annie Spratt on Unsplash
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Anche chi non è esperto sa che l’astrologia non è (solo) quella degli oroscopi letti su riviste e quotidiani; sa, ormai, che è una disciplina che ha un respiro, un’ampiezza, una profondità, una complessità, e che si esprime da secoli. Per qualcuno è arte, per altri scienza dell’uomo, di fatto trasmette un sapere affascinante. Tutte le civiltà del Pianeta hanno al cuore della loro cultura l’astrologia. Dagli indiani del Nord America alle civiltà precolombiane, in Africa come in Asia e in Europa, la relazione tra i movimenti del cielo e la vita sulla Terra è sempre stata il cuore di riflessioni e meditazioni di sacerdoti, filosofi e uomini sapienti.

Fin dall’antichità l’uomo sa che c’è una legge, una relazione diretta tra il Tempo e la vita. Lo stesso Einstein insegnava che il Tempo è vita e la vita è Tempo e tutto ciò che esiste, proprio perché esiste, è inserito in un Tempo. L’uomo legge il Tempo nell’evidenza delle rotazioni della Terra attorno al Sole (il giorno, la notte), nei moti apparenti di rivoluzione del Sole lungo l’eclittica (le stagioni), e l’influenza degli spostamenti solari sulla vita è lampante. L’astrologia parla però di un Tempo ancora più complesso, che prende in esame le posizioni planetarie – pianeta deriva dal greco planàomai, andare errando –, le stelle vagabonde che rispetto alle fisse seguono un moto tutto loro. I pianeti, muovendosi nel cerchio dell’eclittica, creano infiniti disegni a seconda delle loro angolazioni: i disegni del tempo. La loro interpretazione è astrologia. I sacerdoti vedici hanno calcolato quando uno stesso Tempo ritornerà e la cifra è incredibile: 4 miliardi e 320 milioni di anni. Il personale disegno del Tempo, ovvero il Tema Natale, è poi davvero unico.

Mike Willcox, “Entanglement of Past Present Future”, 2017. Artista autodidatta del sud della Florida, specializzato in pittura Art Déco, Willcox vive e lavora tra Miami, New York e Los Angeles. È anche scrittore e comico, nonché musicista con il nome di Beach Wizard. Attualmente sta lavorando a un mazzo di tarocchi, a un nuovo disco e scrive per cinema e Tv (instagram @mikewillcox).
Mike Willcox, “Entanglement of Past Present Future”, 2017. Artista autodidatta del sud della Florida, specializzato in pittura Art Déco, Willcox vive e lavora tra Miami, New York e Los Angeles. È anche scrittore e comico, nonché musicista con il nome di Beach Wizard. Attualmente sta lavorando a un mazzo di tarocchi, a un nuovo disco e scrive per cinema e Tv (instagram @mikewillcox).

In Europa, e soprattutto in Italia, l’astrologia diventa disciplina centrale nel Medioevo, si pensi agli accenni astrologici nell’opera di Dante; nel Rinascimento, per qualsiasi tipo di laurea, l’esame più importante era proprio quello di astrologia. Il pensiero di filosofi come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, si fondava sulla relazione dell’uomo con l’intero universo. L’Anima Mundi era l’anima della Terra in cui l’uomo era inserito, e la Terra stessa era madre dell’uomo e l’uomo non era affatto separato dalla Natura. Uomo e Natura erano come una cosa sola. «Qui Unum non intelligit, nihil intelligit», affermava Pico della Mirandola.

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Leggete l'articolo integrale sul numero di maggio di Vogue Italia, in edicola dal 5 maggio


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1. «Per una sorta di miracolo, opera nella moda con le stesse regole che si credeva valessero solo per i pittori, i musicisti e i poeti», diceva Jean Cocteau dell’amica Gabrielle Chanel.

2. La quintessenza del profumo originale oggi si ritrova nell’Extrait che riprende esattamente la formula del 1921, con il suo bouquet fiorito deliziosamente cipriato. Tre anni dopo, Ernest Beaux mise a punto l’Eau de Toilette. Nel 1986 fu il nuovo naso della maison, Jacques Polge, a creare l’Eau de Parfum. Ventidue anni più tardi riuscì a infondere una ventata di novità con l’Eau Première. Nel 2016, il testimone è passato a suo figlio Olivier Polge che ha reinventato la leggenda con N°5 L’Eau. «La sfida era creare una versione contemporanea del N°5 senza perdere nulla del suo carattere e del suo mistero. L’idea di partenza è stata quella di introdurre tra le note qualcosa di più fresco e vibrante, mantenendo però quella decina di ingredienti che rendono immediatamente riconoscibile il sentore del N°5. La rosa, il gelsomino, un tocco di sandalo e vaniglia, l’ylang ylang».

3. Dietro la nascita di un profumo così seducente non poteva che esserci una storia romantica. Un idillio nato nell’atmosfera della Venezia dei primi anni Venti, capitale di un glamour fatto di feste in maschera e nobiltà decaduta, dove si incontravano stranieri affascinanti come il granduca russo Dimitri Pavlovic, cugino dello zar Nicola II. Gabrielle perse la testa per quest’uomo molto più giovane di lei, intrecciando una relazione durata poco meno di un anno, a cavallo del fatale 1921. Il loro idillio è appena cominciato quando trascorrono una romantica vacanza a Grasse, dove Dimitri le presenta Ernest Beaux. Il profumiere degli zar era fuggito da San Pietroburgo e aveva trovato rifugio nella capitale mondiale della profumeria. Lì nasce l’idea di creare un sillage per Chanel.

4. Alla corte dei Romanov, Ernest Beaux aveva creato per la zarina di Russia una fragranza leggendaria chiamata Le Bouquet de Catherine, in onore di Caterina la Grande. Si dice fosse molto simile alla formula che il profumiere mise a punto per il N°5.

La cover del libro “Chanel N°5. Il Profumo del Secolo” di Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di questo articolo, che ha dato alle stampe anche “Coco Chanel. La Rivoluzione dello Stile”.Cop Chanel N5 ITA ING TED FRA.indd
La cover del libro “Chanel N°5. Il Profumo del Secolo” di Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di questo articolo, che ha dato alle stampe anche “Coco Chanel. La Rivoluzione dello Stile”.
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5. La sera di capodanno del 1920 Gabrielle Chanel riunì una trentina di amici. Tra loro c’erano Pablo Picasso, Jean Cocteau, Igor Stravinsky, Éric Satie e tanti altri esponenti delle avanguardie artistiche di Parigi. Una miscela esplosiva, destinata a lasciare un segno di lì a poco anche sull’audace modernità del N°5, rivoluzionario come un’opera d’arte astratta.

6. “Un profumo da donna, che sa di donna”. Ecco che cosa aveva in mente Gabrielle Chanel quando immaginava la sua prima fragranza. «Non voglio nessun olezzo di rose o mughetto», aveva precisato durante le ore trascorse con Ernest Beaux. «Costerà moltissimo», la avvisò lui. «Non importa, voglio un profumo elaborato», rispose lei.

7. Dal 1921 a oggi, sono solo quattro i profumieri che si sono succeduti in casa Chanel: Ernest Beaux, Henri Robert, Jacques Polge e suo figlio Olivier Polge.

8. È uscito da poco per White Star Edizioni Chanel N°5. Il profumo del secolo di Chiara Pasqualetti Johnson, autrice di questo articolo. La storia del profumo più famoso del mondo in un nuovo volume illustrato da rare foto d’epoca e immagini leggendarie, dagli scatti con Marilyn Monroe alle serigrafie di Andy Warhol, alle più celebri campagne pubblicitarie.

Alcuni frame del video “Inside Chanel N°5, 100 anni di celebrità”, nel quale si ripercorre la storia della fragranza.
Alcuni frame del video “Inside Chanel N°5, 100 anni di celebrità”, nel quale si ripercorre la storia della fragranza.

9. Nel 1913 Chanel crea una linea di abiti sportivi, ispirati a uno stile che, pur non chiamandosi ancora sportswear, ne anticipa la tendenza. «Ho inventato l’abbigliamento sportivo per me stessa; non perché altre donne facessero sport, ma perché io ne facevo». Amazzone provetta, giocava a tennis e a golf e imparò a sciare sulle nevi di Sankt Moritz. Fu tra le prime a sfoggiare l’abbronzatura, trasformandola in un rivoluzionario emblema di glamour.

10. Il marchio con la doppia C incrociata apparve per la prima volta proprio sul profumo, alla base del tappo. Dal 1921 è il simbolo di Chanel. Con la sua austera semplicità, ricorda le decorazioni delle chiese romaniche che Gabrielle aveva sotto gli occhi da bambina, durante gli anni trascorsi tra le antiche mura dell’orfanotrofio di Aubazine.

11. Le istruzioni per l’uso di Chanel N°5? Le ha dettate Mademoiselle: «Una donna dovrebbe indossare il profumo ovunque le piacerebbe essere baciata». Quanto a lei, viveva immersa in una nuvola inebriante. Teneva sempre in tasca un fazzoletto impregnato con l’essenza del N°5 e i portieri dell’Hotel Ritz, dove tornava a dormire ogni sera, avevano ordine di spruzzarlo sulle scale prima del suo arrivo.

12. Innamorata della semplicità e del rigore, Coco impose al profumo un’etichetta minimale. Un rettangolo bianco sul quale spicca la scritta “N°5 Chanel Paris” in un austero carattere nero senza grazie, come quello usato dalle avanguardie moderniste. Ricorda la grafica dei papillons Dada, i volantini con brevi testi stampati su carta color crema, firmati da artisti come Tristan Tzara o Francis Picabia che, guarda caso, evoca proprio il numero 5 in un’opera intitolata Tickets, datata 1922.

Un collage con il ritratto di Gabrielle Chanel e tutti i protagonisti che hanno contribuito alla nascita dell’iconico profumo. Tra questi, Ernest Beaux e Caterina II di Russia.
Un collage con il ritratto di Gabrielle Chanel e tutti i protagonisti che hanno contribuito alla nascita dell’iconico profumo. Tra questi, Ernest Beaux e Caterina II di Russia.

13. Nel 1938 Gabrielle Chanel ospitò Salvador Dalí nella sua villa La Pausa per sei mesi, affinché potesse lavorare a un’esposizione di dipinti organizzata a New York per l’anno seguente. L’artista rese omaggio alla creazione più celebre dell’amica con l’opera The Essence of Dalí: una bottiglia con una silhouette che imita il profilo rettangolare di Chanel N°5, sulla quale tracciò un bel paio di baffi, ironici e dissacranti almeno quanto quelli che Duchamp aveva disegnato su un’altra icona, la Gioconda.

14. Chanel N°5 non venne messo subito in vendita. Gabrielle giocò con astuzia e decise di non esporre subito il flacone in vetrina. Lo fece scivolare nelle mani delle sue amiche più chic, contando su quel passaparola che si rivelò un potentissimo canale di promozione. Quando le signore tornavano nel suo negozio per chiedere altre bottigliette della meravigliosa fragranza, Chanel rispondeva con finto stupore che non aveva mai pensato di metterla in vendita e che si trattava soltanto di un souvenir, alimentando l’equazione infallibile tra desiderio e disponibilità. Nel momento stesso in cui venne finalmente esposto in vetrina, andò immediatamente a ruba tra l’élite europea dell’eleganza. Fino al 1924 apparve unicamente sugli scaffali delle boutique Chanel, dove veniva spruzzato a profusione avvolgendo in una nuvola odorosa gli abiti e finendo regolarmente sold-out nel giro di qualche giorno.

15. Esiste una rara edizione dei profumi Chanel con l’etichetta rossa. Oggetto di culto tra i collezionisti, questa piccola produzione includeva anche fragranze oggi scomparse, come Chanel N°1. Venne messa in commercio da Chanel nel 1941 e venduta esclusivamente nel negozio di rue Cambon per pochi anni, fino alla fine della guerra. Il rosso tornerà protagonista nel 2018, con il lancio di una versione limitata del flacone di Chanel N°5, la Red Edition, di un incandescente color rubino.

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Per qualcuno l’incontro con il mondo delle fragranze è stata una passione improvvisa, per altri un lento innamoramento. Per Olivier Polge, 47 anni, il profumo è una storia di famiglia. Aveva solo quattro anni quando suo padre Jacques divenne il naso di Chanel, lo stesso ruolo che nel 2013 è passato nelle sue mani. Oggi spetta a lui il compito di rinnovare la magia del marchio con nuove fragranze, ma anche quello di preservare una tradizione cominciata nel 1921 con la creazione del primo profumo voluto da Mademoiselle, l’intramontabile Chanel N° 5 che quest’anno festeggia un secolo di successi. In una chiacchierata che sfiora emozioni e ricordi, il parfumeur créateur di Chanel ci racconta la sua visione del profumo più famoso del mondo. 

Olivier Polge
Olivier Polge

Nell’ultimo secolo il mondo è cambiato. Eppure, la fragranza creata da Gabrielle nel 1921 resta ancora una delle più desiderate al mondo. Qual è il segreto di Chanel N°5? 

In realtà, io credo che il segreto sia più di uno. Come diceva Gabrielle Chanel, “la moda passa, lo stile resta” e il N° 5, che era così straordinariamente nuovo per l’epoca, esprimeva con precisione il suo stile. Lei aveva chiesto una fragranza artificiale, costruita come un abito d’alta moda. E il N° 5 ha una costruzione così complessa da permettere a tutti di trovare tra le sue note qualcosa di assolutamente personale, instaurando una relazione unica tra il profumo e chi lo usa. Ogni donna lo interpreta in un modo differente. Così, nel tempo, sono state create diverse declinazioni, perché il profumo cambia anche in base a come lo si usa. Per il Parfum bastano due gocce dietro l’orecchio, ma chi ama immergersi in una nuvola può scegliere una formulazione come Chanel L’Eau, una versione più leggera che ha contribuito a mantenerlo moderno.

Chanel N°5
Chanel N°5

Coco Chanel chiese al profumiere Ernest Beaux di creare una fragranza elaborata. L’idea di mescolare più sentori era all’avanguardia per l’epoca, così come l’uso delle aldeidi, un composto chimico artificiale che rappresentava una novità per la profumeria. Cosa rende così inconfondibile Chanel N°5? Le materie prime fondamentali sono il gelsomino, la rosa e l’ylang ylang. Ma la particolarità del profumo, quella che lo rese subito così speciale, sta nel fatto che non si riconoscono separatamente. All’epoca si usava profumarsi con una nota floreale unica o mescolandone al massimo due o tre. Una composizione così complessa era una novità assoluta e divenne l’elemento principale attorno al quale ruotava il profumo. Le aldeidi, poi, gli diedero quel tocco misterioso che non si riesce a decifrare. 

Il gelsomino di Grasse - coltivato dalla famiglia Mul - utilizzato per Chanel N°5
Il gelsomino di Grasse - coltivato dalla famiglia Mul - utilizzato per Chanel N°5
La rosa di Grasse - coltivata dalla famiglia Mul - utilizzata per Chanel N°5
La rosa di Grasse - coltivata dalla famiglia Mul - utilizzata per Chanel N°5

Ernest Beaux mise insieme 80 ingredienti per creare il profumo che Mademoiselle desiderava. È un procedimento complicato come sembra? Si, certamente. L’artigianalità del profumo è molto complessa. Nel suo caso, poi, a rendere le cose ancora più difficili fu la scelta di usare alcuni degli ingredienti più complessi che esistono. I fiori che Beaux selezionò per creare questa fragranza hanno molte sfaccettature. Certamente fu un equilibrio difficile da mettere a punto, ma le aldeidi lo aiutarono a trovare quella nota di freschezza che aggiunse all’insieme complessità e ricchezza. L’idea che mi sono fatto è che Beaux abbia creato per prima cosa la base del profumo e che le aldeidi siano state aggiunte soltanto alla fine. Era una composizione talmente ricca che aveva bisogno di una spinta di freschezza. Esattamente quella che riuscì a ottenere con l’aggiunta delle aldeidi.

Un concentrato di rosa necessario per la creazione di Chanel N°5
Un concentrato di rosa necessario per la creazione di Chanel N°5

La formula di Chanel N°5 di oggi è ancora quella originale?  Possiamo dire che è quasi la stessa. Abbiamo fatto in modo che rimanesse più vicina possibile all’originale, ma qualche modifica si è resa necessaria dal punto di vista della lavorazione. Per esempio, gli oli di agrumi che adoperiamo oggi sono filtrati. Abbiamo dovuto fare qualche cambiamento anche dal punto di vista della provenienza delle materie prime, come nel caso del legno di sandalo. All’epoca veniva dall’India, ora invece proviene dalla Nuova Caledonia. 

Eau de Parfum, Eau de Toilette, Extrait. In quale di queste versioni ritroviamo oggi la formula del 1921? Tra le diverse declinazioni che abbiamo messo a punto nel tempo, la formula più fedele all’originale oggi si ritrova nella versione di Chanel N° 5 l’Extrait, la più concentrata.  Per preservare la qualità originale, la Maison Chanel ha siglato una collaborazione con il miglior produttore di fiori di Grasse, la famiglia Mul. Quanto contano le materie prime in un profumo come Chanel N°5? Moltissimo, senza dubbio. Se si mette a confronto del gelsomino cresciuto in Egitto con quello coltivato in Francia, per esempio, si avverte immediatamente che il profumo non è lo stesso. Il suolo in cui cresce una pianta la rende diversa, modifica l’aspetto esteriore ma anche la fragranza dei fiori. Questa è la ragione per cui preserviamo con grande cura l’origine delle materie prime, mantenendo più che possiamo quelle originali. 

Il gelsomino coltivato dalla famiglia Mul a Grasse
Il gelsomino coltivato dalla famiglia Mul a Grasse

I profumi rispecchiano in qualche modo la cultura olfattiva di ogni Paese. Penso agli orientali, o ai cipriati. Eppure ci sono fragranze che hanno un successo planetario. Esistono degli "odori" che piacciono a tutti? Difficile rispondere. Ma direi di no, non penso ci siano ricette segrete per un profumo dal successo universale. Oggi esistono cinque declinazioni di Chanel N° 5. Oltre all’Extrait che riprende esattamente la formula del 1921, ci sono l’Eau de Toilette messo a punto da Ernest Beaux nel 1924, l’Eau de Parfum creato nel 1986 da suo padre Jacques, l’Eau Première nata 22 anni più tardi. Nel 2016 lei ha anche reinventato la leggenda, riformulando il N° 5 per mettere a punto Chanel N° 5 L’Eau. Come è nata questa creazione?

Olivier Polge nel laboratoire Parfums di Grasse
Olivier Polge nel laboratoire Parfums di Grasse

In ognuna di queste declinazioni si ritrovano gli stessi elementi fondamentali, riconoscibili in tutte le varianti. Io sono partito dalla quintessenza della combinazione originale delle materie prime per esplorare nuove formule più ariose, che esprimessero maggiore fluidità. L’idea era quella di creare qualcosa di più casual. Mantenendo, però, la combinazione inconfondibile tra una decina di ingredienti che rendono immediatamente riconoscibile il sentore del N° 5: la rosa, il gelsomino, un tocco di sandalo e vaniglia, l’ylang ylang. Partendo da qui, ho giocato con le proporzioni per spingere una nota piuttosto che l’altra. Ma ho anche sperimentato le nuove tecniche di estrazione che permettono di creare combinazioni inedite, pur mantenendo una forte identità. Esiste sempre una parte di ricerca per chi fa il mio mestiere: puoi creare nuovi profumi nel momento in cui hai nuove materie prime. Oggi abbiamo a disposizione materie prime che non esistevano al tempo di Ernest Beaux ma che combaciano perfettamente con l’anima del N° 5. Da quando lavora per Chanel ha realizzato diverse fragranze per la maison, da Gabrielle al nuovo Le Lion per la collezione Les Exclusifs. Quale profumo userebbe oggi Gabrielle Chanel? 

Sono sicuro che amerebbe testare profumi che non aveva mai annusato, ma la associo così tanto al N° 5 che non riesco a immaginarla con nessun altro profumo. Chanel N° 5 è ancora al centro dell’estetica del mondo Chanel. 

La linearità dei flaconi, la purezza dell’immagine, la personalità delle testimonial. Detta legge anche dal punto di vista olfattivo?  Certamente è il cuore della nostra firma e ancora oggi racconta molto di noi. Ma non è una questione legata agli ingredienti. Non si tratta di usare il gelsomino o altre essenze, non è questo che rende inconfondibile un profumo Chanel. Lo spirito delle nuove fragranze Chanel che ho creato ha più a che fare con la straordinaria complessità che caratterizza Chanel N° 5. Per questo le mie creazioni non ruotano mai intorno a un unico elemento, ma sono sempre una combinazione di diversi ingredienti. L’altro aspetto particolare dei profumi Chanel è che non fanno mai riferimento a qualcosa di figurativo, cerchiamo sempre di rimanere “astratti”.

Chanel N°5 e il suo flacone
Chanel N°5 e il suo flacone

Il termine astratto rimanda immediatamente al mondo dell’arte. Lei ha studiato storia dell’arte ed è un appassionato di musica. Un creatore di profumi è più simile a un pittore o a un musicista? È un mestiere che si avvicina moltissimo alla musica. Alla fine, un profumo è qualcosa di completamente immateriale che lavora in modo profondo con l’immaginazione, esattamente come la musica. I suoni fluttuano, proprio come le fragranze. Anche dal punto di vista del vocabolario, in profumeria ci sono molti termini che richiamano il mondo della musica. Parliamo spesso di note, di accordi. Il profumo racchiude qualcosa di istintivo che paragonerei sicuramente alla musica.  Gabrielle Chanel diceva che il profumo è il prolungamento di un abito, un vestito invisibile. Lei come definirebbe il profumo?  Mi piace molto il paragone di Gabrielle Chanel tra il profumo e la moda. Sono entrambi espressioni di creatività. Chanel è stata la prima a capire che uno stilista poteva esprimersi anche in un modo diverso, andando oltre gli abiti. Nello stesso modo con cui costruisci il tuo stile ed esprimi la tua personalità con il modo in cui ti vesti, il mondo in cui ti muovi o parli, anche il sentore che scegli riesce a raccontare di te con la stessa forza. Esattamente come fece lei, raccontando sé stessa con un profumo.



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I crop top eleganti sono il passe-partout dell'estate 2021. Ecco come abbinarli secondo 10 look di sfilata facili da replicare

È dall'inizio dell'anno che il crop top domina ogni look. Certo, a dir la verità se ne sente parlare, senza via di scampo, ormai da tempo, ma il 2021 è senza dubbio l'anno in cui questo capo ha subito le trasformazioni più rilevanti, prima con la versione micro cardigan, poi con la camicia e di recente anche con i nuovi foulard di seta che si legano intorno al busto. Negli ultimi mesi, insomma, i top corti hanno letteralmente rubato le scene in molte categorie dell'abbigliamento, confermandosi la scelta prediletta di grandi maison che stagione dopo stagione ne propongono orgogliose nuove varianti. 

Chanel primavera estate 2021
Chanel primavera estate 2021
Etro primavera estate 2021
Etro primavera estate 2021

Così, le passerelle diventano l'ultimo palcoscenico per nuove operazioni di styling che ispirano abbinamenti e combinazioni inedite e che al centro del look mettono rigorosamente un cortissimo top. Le sfilate primavera estate 2021, infatti, hanno portato l'attenzione proprio sull'uso del crop top, che da capo prettamente sportivo diventa ora passe-partout raffinato in grado di elevare l'outfit più casual per convertirlo in mise uber chic da giorno e da sera. La chiave, naturalmente, sta nella costruzione del look e nella selezione di tutti gli elementi che lo compongono, da scegliere secondo un perfetto equilibrio.

Dior primavera estate 2021
Dior primavera estate 2021
Blumarine primavera estate 2021
Blumarine primavera estate 2021

E se l'obiettivo è arrivare più in alto, bisogna per forza alzare al tiro. La soluzione? Oltre ad astuti accostamenti è bene selezionare crop top molto eleganti, in linea con la tendenza che li vuole preziosi, ricamati, versioni semi couture in grado di dare all'insieme quel tocco magico e speciale. Il trucco, una volta trovato il modello ideale, è riuscire a inserirlo nel giusto contesto: i top super minimali si portano sotto il classico completo giacca pantalone mentre i più pregiati sopra le gonne a vita bassa. Anche i look coordinati funzionano alla grande, sia nella versioni fantasia sia nelle nuance tono su tono. Ma se proprio volete andare sul sicuro puntate tutto sul total black: una scelta sempre vincente che non abbiamo certo tralasciato nella nostra selezione.

Primavera estate 2021Alberta Ferretti
Primavera estate 2021
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Press officePrimavera estate 2021Jacquemus
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Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22Chanel, la collezione Cruise 2021-22

Che effetto può fare, oggi, rileggere vecchie lettere tra amici in un’epoca in cui lo scambio, amichevole e culturale al tempo stesso, avveniva in un modo che oggi arriviamo a stento a immaginare? Se poi questo rapporto epistolare è quello tra Gabrielle Chanel, stilista iconica, e Jean Cocteau, leggendario poeta e drammaturgo, avvenuto in un’epoca di cambiamenti a cui loro stessi hanno contribuito profondamente, non si può essere che profondamente, e irrimediabilmente, ispirati. Ad avere questo privilegio è stata Virginie Viard, che per la collezione Cruise 2022 di Chanel è tornata a immergersi negli archivi della maison, portando alla luce le influenze di Cocteau nell’immaginario di Coco Chanel, e viceversa. Una presentazione digitale attesissima, a cui hanno avuto la fortuna di assistere poche amiche e ambasciatrici: solo Charlotte Casiraghi, accompagnata dalla madre, la principessa Carolina di Monaco, Vanessa Paradis, Alma Jodorowsky e Caroline de Maigret erano presenti alle riprese dello show, nella splendida cornice di Les Baux-de-Provence. Ma perché proprio in questo villaggio del Sud della Francia?

1. Dal cuore di Parigi alla Provenza Tutto ha avuto inizio al numero 31 di rue Cambon, dove il duo Inez e Vinoodh ha fotografato sei creazioni per la presentazione stampa della nuova collezione e, soprattutto, girato un teaser che anticipasse la sfilata: la cornice è nientemeno che l’appartamento di Gabrielle Chanel, recentemente ristrutturato, dove la stilista «ospitava il suo bestiario preferito, tra leoni, sfingi femminili e cervi», e dove riceveva i suoi più cari amici, tra cui Jean Cocteau. La protagonista di questo mini film è la modella Lola Nicon, in uno spazio barocco animato da ricordi, simboli e oggetti barocchi appartenuti alla designer, incarnando un’irriverente eroina punk. La sfilata vera e propria, invece, si è tenuta alle Carrières de Lumières di Les Baux-de-Provence, dove venne girato il film Testament of Orpheus (1960) di Jean Cocteau, con protagonisti lo stesso regista, Pablo Picasso e Yul Brynner.

https://www.youtube.com/watch?v=18vpUO2qahU

2. Il bianco, il nero e il surrealismo Coco Chanel e Jean Cocteau erano due spiriti liberi con i loro mondi unici, uniti in particolare dal fascino per i bestiari: una delle suggestioni che ha innescato il processo creativo di Virginie Viard per la collezione Cruise 2021-22 è infatti l’uomo con la testa di cavallo nero del film Testament of Orpheus, apparsa anche nel teaser di Inez e Vinoodh. O meglio ancora, la scena che vede protagonista questa figura surreale e mitologica al tempo stesso, su uno sfondo dalle pareti bianchissime: «la semplicità, la precisione e la poesia del film di Cocteau mi hanno fatto venire voglia di creare una collezione molto pulita con due toni, composta da bianco brillante e nero profondo». Niente di meglio per catturare e riflettere la luce, tanto amata sia da Cocteau che Chanel, ma con le giuste distanze dall’estetica – eccessivamente – classicista portata in scena del drammaturgo.

3. Il ritorno degli anni ’60 tra glamour e punk Allontanandosi dall’amore, a tratti ossessivo, di Jean Cocteau per la mitologia, Virginie Viard ha sviluppato una collezione che sì, rende omaggio al decennio che vide l’ascesa del drammaturgo al cinema, ma prendendo spunto da ciò che accadeva soprattutto tra le strade di Londra. Un’eco alla modernità di Cocteau sì, ma rivisitata attraverso la corrente più influente e «di rottura» dell’epoca: il punk. Certo, non mancano i pezzi chiave che tanto fanno gola ai – sempre presenti – puristi della maison, dalle giacche in tweed bianche punteggiate da spille preziose, ai cappotti neri con candidi e rigidi colletti bianchi, ma la direttrice creativa ha voluto puntare soprattutto su cascate di frange in pelle, perline e paillettes, t-shirt con il volto della modella-simbolo della collezione, Lola Nicon, immortalata come una rock star e abiti realizzati con strisce di chiffon intrecciate. Elegantissime le citazioni a Jean Cocteau, dal blu scelto per un abito di tweed senza maniche, della stessa tonalità vivida che troviamo in alcune ceramiche dell’artista, alle colombe, motivo amato dal poeta, cucite su maglioni deliberatamente sgualciti e ricamate in un abito di pizzo a collo alto.

4. L’omaggio epistolare delle star vicine alla maison Nella suggestiva location delle Carrières de Lumières sono state esposte delle lettere inviate da Jean Cocteau a Gabrielle Chanel, come omaggio e testimonianza della loro splendida amicizia e rispettiva stima artistica. Un medium, quello epistolare, celebrato anche da alcune celebrità molto vicine a Chanel: da Margot Robbie a Lily-Rose Depp, passando per Ellie Bamber e Nozomi Iijima.

LE LETTERE DELLE STAR A CHANEL

Margot RobbiePhoebe TonkinLily-Rose DeppDaisy Edgar-JonesXin ZhileiEllie BamberAnn HsuNozomi IijimaGwei Lun-MeiJung Ryeo-Won

5. Un finale a sorpresa con concerto  Le colombe non sono state solamente intessute in alcuni dei capi d’abbigliamento della collezione Cruise 2021-22: a fine sfilata, sono state liberate dalle modelle sullo sfondo delle candide pareti delle Carrières de Lumières: un gesto di buon auspicio e ritorno – si spera, il più presto possibile – alla libertà di viaggiare e di scoprire. Come bonus a sorpresa inoltre, Chanel ha mandato in onda un concerto, registrato nei giardini del vicino hotel Baumanière, con Sébastien Tellier in un duetto con diverse ospiti, tra cui la cantante Angèle ma anche Vanessa Paradis e Juliette Armanet.

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